

160. I francesi in Algeria: la tortura contro la lotta di
liberazione.

Da: J.-P. Sartre, Introduzione a H. Alleg, La tortura, Einaudi,
Torino, 1958.

Agli inizi del 1958 in Francia la pubblicazione del libro di Henri
Alleg, La Question (in Italia usc nel 1958 con il titolo La
tortura), suscit clamore e indignazione tali che le autorit ne
ordinarono il sequestro. In esso, infatti, Alleg documentava in
modo inoppugnabile che i francesi, per reprimere la lotta del
movimento nazionale algerino, facevano ricorso a metodi brutali,
compresa la tortura, della quale egli stesso era stato vittima, in
quanto membro del partito comunista algerino e direttore del
quotidiano di opposizione Alger rpublicain. Di quel libro
riportiamo alcuni passi tratti dalla Introduzione scritta dal
filosofo Jean-Paul Sartre. Quindici giorni fa, presso le ditions
de Minuit, usciva un libro: La tortura. Il suo autore, Henri
Alleg, tuttora detenuto in una prigione di Algeri, racconta senza
commenti inutili, con precisione ammirevole gli interrogatori
che ha subito. I carnefici, come gli avevano promesso, lo hanno
curato: telefono da campo, supplizio dell'acqua [...],
supplizio del fuoco [scosse elettriche, inoculazione forzata di
acqua, bruciature con oggetti incandescenti], della sete,
eccetera. E' un libro che sconsigliamo alle anime tenere. La prima
edizione, ventimila copie,  esaurita; e malgrado si sia
provveduto in tutta fretta a una ristampa, non si riesce a
soddisfare la richiesta del pubblico. Ci sono librai che ne
vendono da cinquanta a centocinquanta copie al giorno. [...].
Questi carnefici, prima di tutto, che cosa sono? Dei sadici? Degli
arcangeli irritati? Dei signori della guerra con i loro
terrificanti capricci? A creder loro, sarebbero una mescolanza di
tutto questo. Ma Alleg, appunto, non li crede. Quel che risulta da
quanto egli ci riferisce  che essi vorrebbero convincere se
stessi e convincere la vittima di una loro piena sovranit: ora
come superuomini che tengono dei semplici uomini in loro potere,
ora come uomini forti e severi, incaricati di addomesticare la
bestia pi oscena, pi feroce e pi vile che ci sia, la bestia
umana. S'indovina che non fanno tuttavia scelte sottili:
l'essenziale  far sentire al prigioniero che non  della loro
razza: lo si spoglia, lo si imbavaglia, lo si beffeggia. Intanto,
dei soldati vanno e vengono, pronunciando insulti e minacce con
una disinvoltura che vorrebbe apparire terribile. [...].
Sarebbe troppa fortuna, se questi delitti fossero l'opera di un
pugno di pazzi. In verit  la tortura, che fa i carnefici. Dopo
tutto, questi soldati non si erano arruolati in un corpo scelto
per martirizzare il nemico vinto.
Alleg, in pochi tratti, ci descrive quelli che ha conosciuto, e
questo basta a segnare le tappe della metamorfosi.
Ci sono i pi giovani, sbigottiti, incapaci di resistere, che
mormorano  orribile quando la loro torcia illumina un
suppliziato. E poi ci sono i sotto-boia, che non mettono ancora
mano alla tortura, ma sostengono e trasportano i prigionieri,
alcuni gi induriti e altri no, ma tutti gi presi
nell'ingranaggio e tutti imperdonabili.
C' un biondino del nord con un viso cos simpatico, che pu
parlare delle sedute di tortura che Alleg ha subito,  come di una
partita di cui si ricorda con piacere, e che non prova disagio a
congratularsi con la vittima come farebbe con un campione
ciclista. Qualche giorno dopo, Alleg lo ritrover congestionato,
sfigurato dall'odio, mentre percuote, su per una scala, un
musulmano. E poi ci sono gli specialisti, i duri che fanno tutto
il lavoro, che si compiacciono ai soprassalti delle scosse
elettriche, ma che non sopportano le grida. E infine, ci sono i
pazzi che corrono intorno come foglie morte nel turbine della loro
propria violenza.
Nessuno di questi uomini ha una vita sua, nessuno rester quello
che : non sono che i momenti di una trasformazione inesorabile.
Tra i migliori e i peggiori v' una sola differenza: i primi sono
reclute, i secondi veterani. Tutti finiranno per andarsene e, se
la guerra continua, altri li sostituiranno: biondini del nord o
piccoli bruni del Mezzogiorno, che faranno lo stesso tirocinio o
ritroveranno la stessa violenza con lo stesso nervosismo. [...].
Sapete quel che si dice a volte per giustificare i carnefici:
bisogna pur ridursi a torturare un uomo se dalla sua confessione
possono dipendere centinaia di vite umane. E' un bell'espediente
da Tartuffe [Tartufo, il nome di un personaggio della omonima
commedia di Molire, citato qui come esempio di ipocrisia]. Alleg
[...] non era un terrorista. Tanto  vero che  stato accusato di
attentato alla sicurezza dello stato e di ricostituzione di una
lega sciolta.
Era per salvare delle vite umane che gli si bruciavano i capezzoli
e i peli del pube? No, si voleva soltanto estorcergli l'indirizzo
dell'amico che lo aveva ospitato. Se avesse parlato, si sarebbe
messo un comunista di pi sotto chiave: ecco tutto.
E poi si arresta a casaccio: qualsiasi musulmano  interrogabile
a piacere: la maggior parte dei torturati non dicono nulla perch
non hanno nulla da dire, a meno che non acconsentano, per non
soffrire di pi, a fare una falsa testimonianza o accusarsi
gratuitamente di un delitto rimasto impunito, del quale diventa
comodo accusarli. In quanto a quelli che potrebbero parlare, si sa
bene che tacciono. [...] Ha comunque guadagnato una notte per dar
tempo ai suoi amici di tagliare la corda, constata uno dei
carnefici dopo il primo interrogatorio di Alleg. E un ufficiale,
qualche giorno pi tardi: Da dieci o da quindici anni sanno che
se vengono presi non devono dire nulla. Non c' niente da fare per
togliere loro quest'idea dalla testa. [...].
La tortura  una vana furia, nata dalla paura: si vuole strappare
ad una bocca, in mezzo alle grida e ai rigurgiti di sangue, il
segreto di tutti. Inutile violenza: che la vittima parli o che
muoia sotto le torture l'innumerevole segreto  altrove, sempre
altrove, fuori di portata. Il carnefice si trasforma in Sisifo
[personaggio mitologico condannato nell'oltretomba a trasportare
eternamente, fin sulla cima di un monte, un macigno che ogni volta
ricade a valle]. Se applica la tortura dovr sempre ricominciare.
Ma nemmeno questi silenzi queste paure, questi pericoli sempre
invisibili e sempre presenti possono giustificare completamente
l'accanimento dei carnefici, la loro volont di ridurre
all'abiezione le loro vittime, questo odio dell'uomo, infine, che
si  impadronito di loro senza il loro consenso e li ha plasmati.
Uccidersi a vicenda,  la regola; ci si  sempre battuti per
interessi collettivi e particolaristici. Ma nella tortura, questo
strano match, la posta sembra essere totale:  per il titolo di
uomo che il carnefice si misura col torturato, e tutto si svolge
come se i due non potessero appartenere insieme alla specie umana.
Scopo dell'interrogatorio non  soltanto quello di costringere un
uomo a parlare, a tradire: bisogna che la vittima si
autoqualifichi bestia umana attraverso le sue grida e la sua
sottomissione: agli occhi di tutti e davanti a se stessa. Bisogna
che il suo tradimento la spezzi e la tolga definitivamente di
mezzo. Colui che cede all'interrogatorio, non soltanto  stato
costretto a parlare, ma gli  stato imposto per sempre uno status:
quello del sottouomo.
